“Pro patria mori”…oggi?
Data: Martedì, 05 aprile 2011 ore 05:00:00 CEST
Argomento: Rassegna stampa


Dal mio “riposo dorato”, assorbito dalla lettura di libri e di riviste, ho scelto di pubblicare, senza tagli o censure, una lettera che mi ha colpito molto per diversi aspetti. In primo luogo mi ha toccato “direttamente” e, inoltre, penso che culturalmente tocchi un po’ tutti essendo un epitaffio della cultura tradizionalmente intesa. Non so se io sia semplicemente ingenuo, illuso, idealista, ma reputo la Cultura uno dei valori fondamentali dell’uomo; è ciò che ci distingue da un animale o da una pianta, è la sola ricchezza spirituale che resta in questo mondo miseramente materiale.
Vorrei capire quale tipo di persona si voglia formare oggi. Tecnici, automi, calcolatrici umani? Oggi si deve essere furbi invece che preparati? Cosa bisogna insegnare oggi a dei ragazzi che si affacciano sul mondo? Ma soprattutto, in cosa e chi bisogna credere oggi?

 «Diciassette febbraio, giovedì, primo pomeriggio. Appena tornata da scuola. Mi chiedo spesso se ai giorni nostri valga o no la pena di insegnare la letteratura e, nel mio caso, il latino. Per me come docente, in quanto precaria e in quanto docente di lettere, la risposta è no. Alla luce della mia esperienza personale posso dire che il latino, la letteratura e la filosofia non servono a nulla.
Togliete queste materie dalla scuola, eviterete di far perdere tempo a quei pochi che passano i loro pomeriggi a spaccarsi la schiena su versioni, poesie e filosofi anziché fare altro di più divertente. Io non me la sento più di dire ai miei studenti di sacrificare ore di studio per il latino. L’ho fatto io, non fatelo voi ragazzi. Altrimenti farete la mia fine. Vi ritrovereste con un pugno d’aria, di parole che ormai oggi non hanno più senso per nessuno.

Pro patria mori… cantava il poeta. Ma chi vuole oggi, non dico morire, ma anche solo sacrificarsi per la patria? E cosa significa patria oggi? Io per prima sorrido di fronte a questo concetto astratto e lontano. E fallace, soprattutto. Ingannatore. Io non ho nessuna voglia di sacrificarmi per la terra dei padri, questa terra che mi ha preso in giro, che continua a prendermi in giro giorno dopo giorno, visto che un lavoro stabile non me lo sa dare, e nemmeno uno stipendio che gratifichi i sacrifici che ho fatto da ragazza, studiando.

Tutti i giorni questa patria si burla di me, del mio lavorare per 1.250 euro al mese (se sono fortunata e ho la supplenza a tempo pieno, cosa che non accade sempre). E già, devo pure evitare di lamentarmi troppo, perché io sono tra i fortunati precari del Nord che almeno una supplenzina qua e là la becca, magari a metà novembre, ma tanto con la disoccupazione si campa, precari a non far niente alla soglia dei 40 anni. Pro patria mori… bisogna essere fessi… E io sento invece di morire dentro di me ogni giorno di più, di non crederci ogni giorno di più, ogni mattina quando entro a scuola non vedo l’ora di uscirne e di fare altro, perché non sopporto più di dover prendere in giro me stessa e gli studenti.

Non dovete imparare a usare il cervello, perché vivrete male, sempre critici verso tutto, poco furbi, poco scaltri, poco sfrontati, sempre onesti, sempre fessi e sempre più soli. Come mi sento io. Onesta e fessa…e sola. Debole, sempre senza soldi, sensibile alle belle parole e alle romanticherie. E poi stanca. Stanca di tutto. Stanca di questa maledetta terra dei padri, che quando sono lontana mi manca terribilmente con tutti i suoi difetti. Arrabbiarsi non serve. Io personalmente non guardo nemmeno più il telegiornale. La politica italiana mi fa, nel migliore dei casi, sorridere. Cosa volete che insegni ai ragazzi? Ditemelo, io non lo so più..”.

(liberamente adattata da, Qualcosa di Sinistra di Martina Caccia)





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