10 FEBBRAIO GIORNO DEL RICORDO:LA STRAGE DELLE FOIBE
Data: Luned́, 09 febbraio 2009 ore 10:24:35 CET
Argomento: Comunicati


Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca
Destinatari
Roma, 06 febbraio 2009
Oggetto: 10 febbraio “Giorno del ricordo” - 2009
Il 10 febbraio si celebra il "Giorno del ricordo", istituito dal Parlamento italiano con la legge 30 marzo 2004, n. 92, (nota  Ministero prot. 2223 del 6 febbraio 2007) al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli Italiani e di tutte le vittime delle foibe e dell'esodo dalle loro terre degli Istriani, Fiumani e Dalmati nel secondo dopoguerra.

 La legge citata prevede per questa giornata l’organizzazione, da parte delle scuole, di iniziative volte a diffondere la conoscenza dei tragici eventi che costrinsero centinaia di migliaia di Italiani, abitanti dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia, a lasciare le loro case, spezzando secoli di permanenza continuativa in quei territori.

 Tali iniziative sono volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell'Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all'estero.

 Si invitano pertanto le SS.LL. ad impegnare i giovani in questa importante ricorrenza nella ricerca per l’approfondimento, anche con il coinvolgimento delle Associazioni degli esuli, di un quadro storico, circostanziatamente documentato, che, tenendo conto della particolare situazione dell’Italia del dopoguerra, possa fornire un contributo di analisi e di studio di questi fatti.


 IL MINISTRO
 f.to Mariastella Gelmini
 
 
Dossier

Le Foibe e la questione di Trieste

Le foibe sono cavità carsiche,  solitamente di origine naturale (grotte),  con ingresso a strapiombo. Le foibe sono diffuse soprattutto nella provincia di Trieste, nelle zone della Slovenia già  parte della scomparsa regione Venezia Giulia nonché in molte zone dell'Istria e  della Dalmazia. Le  foibe sono state usate per occultare cadaveri in diversi periodi storici, in particolare  nel corso della seconda guerra mondiale. La storia funesta delle foibe nel 1943-1945, che  vide protagonista il movimento partigiano di Tito, ha molte ascendenze, ma certamente la  più rilevante è quella che ci riporta alle origini del fascismo nella Venezia Giulia.

La violenza dell'occupazione fascista in  Jugoslavia

In seguito al Trattato di Rapallo, firmato nel 1920  tra il regno d’Italia e quello dei Serbi, Croati e Sloveni, furono annesse  all'Italia: Gorizia, Trieste, l'Istria e Zara (mentre Fiume fu dichiarata città libera;  successivamente, con il Trattato di Roma, il 24 gennaio 1924 fu annessa all'Italia). Negli  anni successivi, il regime fascista impose in tutto il Venezia Giulia una violenta  politica di snazionalizzazione. Come recita il testo definitivo dell’analisi  bilaterale Italia-Slovenia dell'aprile 2001: «Nella Venezia Giulia vennero  progressivamente eliminate tutte le istituzioni nazionali slovene e croate, le scuole  furono italianizzate, gli insegnanti licenziati o costretti ad emigrare, vennero posti  limiti all’accesso degli sloveni nei pubblici impieghi». All’eliminazione  politica delle minoranze, si accompagnò da parte del regime mussoliniano un’azione  che «aveva l’intento di arrivare alla bonifica etnica della Venezia Giulia, con la  repressione attuata nei confronti del clero, che rappresentava un importante momento di  sintesi della coscienza nazionale delle minoranze, e «l’abolizione dell’uso  della lingua slovena nella liturgia e nella catechesi».

La prima conseguenza di «questo programma di  distruzione integrale delle identità» fu la fuga di gran parte delle minoranze dalla  Venezia Giulia: «Secondo stime jugoslave emigrarono 105 mila sloveni e croati». Ma  soprattutto si consolidò, agli occhi di queste minoranze, un fortissimo sentimento anti  italiano, «l’equivalenza tra Italia e fascismo» che portò «la maggioranza degli  sloveni al rifiuto di quasi tutto ciò che appariva italiano». Come reazione, si  radicalizzarono gli obiettivi delle organizzazioni clandestine slovene che, verso la metà  degli anni Trenta, «abbandonarono le rivendicazioni di autonomia culturale  nell’ambito dello Stato italiano per puntare invece al distacco dall’Italia dei  territori considerati loro». Un’azione che trovò l’appoggio del Partito  comunista italiano. La risposta fascista fu pesante.

Anche nel '41, dopo l’occupazione dei territori  jugoslavi, il regime fascista usò la  mano dura contro le minoranze, facendo leva  sulla violenza, «con deportazioni nei campi istituiti in Italia (Arbe, Gonars, Renicci),  il sequestro di beni e l’incendio di case».

 

Le prime foibe del settembre 1943

Nel clima di vendetta che seguì l'armistizio dell'8  settembre del '43, si registrò il primo fenomeno di foibe, in Istria e in Dalmazia, con  l'uccisione da parte dei titini di alcune centinaia di italiani. Seguì una nuova ondata  di violenze di matrice nazifascista. Per  l'occupazione dell'Istria (completata intorno al 4-5 ottobre 1943) i nazisti, guidati dai  fascisti, la misero a ferro e fuoco - e se ne vantarono nei loro stessi documenti -, con  l'incendio di decine di villaggi, l'uccisione di 3000 partigiani e la deportazione nei  campi in Germania di 10.000 persone.

 

Le foibe di maggio-giugno '45

Tra marzo e aprile del '45, alleati e jugoslavi si  impegnarono nella corsa per arrivare primi a Trieste. Vinse la IV armata di Tito che  entrò in città il 1º maggio alle 9.30. Suppergiù nelle stesse ore i titini entravano  anche a Gorizia. Come scrive Gianni Oliva, gli ordini di Tito e del suo ministro degli  esteri Kardelj non si prestavano a equivoci: «Epurare subito», «Punire con severità  tutti i fomentatori dello sciovinismo e dell’odio nazionale». Come recita il testo definitivo dell’analisi bilaterale Italia-Slovenia dell'aprile 2001: il movimento partigiano di Tito scatenò «un’ondata di violenza nella zona di Trieste, nel Goriziano e nel Capodistriano», che portò «all’arresto di molte migliaia di persone, in larga maggioranza italiane, ma anche slovene contrarie al progetto politico  comunista jugoslavo»; a centinaia di esecuzioni sommarie immediate nelle foibe; a  deportazioni nelle carceri e nei campi di prigionia (tra i quali va ricordato quello di  Borovnica)».

La commissione, su questo punto, cerca di analizzare  il contesto storico che portò a queste efferatezze: «Tali avvenimenti si verificarono in  un clima di resa dei conti per la violenza fascista e appaiono essere il frutto di un  progetto politico preordinato in cui confluivano diverse spinte: l’eliminazione di  soggetti legati al fascismo e l’epurazione preventiva di oppositori reali». Il tutto  nasceva «da un movimento rivoluzionario (quello titino, n.d.r. ) che si stava  trasformando in regime, convertendo quindi in violenza di Stato l’animosità  nazionale ed ideologica diffusa nei quadri partigiani».

L'ondata di violenze finì il 9 giugno 1945, quando  Tito e il generale Alexander tracciarono la linea di demarcazione Morgan, che prevedeva  due zone di occupazione – la A e la B – dei territori goriziano e triestino,  confermate dal Memorandum di Londra del 1954. È la linea che ancora oggi definisce il  confine orientale dell’Italia. La persecuzione degli italiani, però, durò almeno  fino al '47, soprattutto nella parte dell'Istria più vicina al confine e sottoposta all'amministrazione provvisoria jugoslava.

 

Le radici delle foibe

La commissione italo-slovena, nella sua relazione  dell'aprile 2001, ha cercato di analizzare il contesto storico che portò a queste  efferatezze: «Tali avvenimenti si verificarono in un clima di resa dei conti per la  violenza fascista e appaiono essere il frutto di un progetto politico preordinato in cui  confluivano diverse spinte: l’eliminazione di soggetti legati al fascismo e  l’epurazione preventiva di oppositori reali». Il tutto nasceva «da un movimento  rivoluzionario (quello titino, n.d.r. ) che si stava trasformando in regime, convertendo  quindi in violenza di Stato l’animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri  partigiani».

Insomma, come ha scritto lo storico Enzo Collotti,  "fino a quando si continuerà a voler parlare della Venezia Giulia, di una regione  italiana, senza accettarne la realtà di un territorio abitato da diversi gruppi nazionali  e trasformato in area di conflitto interetnico dai vincitori del 1918, incapaci di  affrontare i problemi posti dalla compresenza di gruppi nazionali diversi, si continuerà  a perpetuare la menzogna dell'italianità offesa e a occultare (e non solo a rimuovere) la  realtà dell'italianità sopraffattrice (...) Ma che cosa sa tuttora la maggioranza degli italiani sulla politica di sopraffazione del fascismo contro le minoranze slovena e croata  (senza parlare dei sudtirolesi o dei francofoni della Valle d'Aosta) addirittura da prima  dell'avvento al potere; della brutale snazionalizzazione (proibizione della propria  lingua, chiusura di scuole e amministrazioni locali, boicottaggio del culto, imposizione  di cognomi italianizzati, toponimi cambiati) come parte di un progetto di distruzione  dell'identità nazionale e culturale delle minoranze e della distruzione della loro  memoria storica? (...) Che cosa sanno dell'occupazione e dello smembramento della  Jugoslavia e della sciagurata annessione della provincia di Lubiana al regno d'Italia, con  il seguito di rappresaglie e repressioni che poco hanno da invidiare ai crimini nazisti?  Che cosa sanno degli ultranazionalisti italiani che nel loro odio antislavo fecero causa comune con i nazisti insediati nel Litorale adriatico, sullo sfondo della Risiera di S.  Sabba e degli impiccati di via Ghega? Ecco che cosa significa parlare delle foibe:  chiamare in causa il complesso di situazioni cumulatesi nell'arco di un ventennio con  l'esasperazione di violenza e di lacerazioni politiche, militari, sociali concentratesi in  particolare nei cinque anni della fase più acuta della seconda guerra mondiale. È qui  che nascono le radici dell'odio, delle foibe, dell'esodo dall'Istria".

"Le foibe - sintetizza lo storico triestino  Roberto Spazzali - furono il prodotto di odii diversi: etnico, nazionale e ideologico.  Furono la risoluzione brutale di un tentativo rivoluzionario di annessione territoriale.  Chi non ci stava, veniva eliminato".






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