SFIDA ALLA POESIA DEL '900
Data: Venerd́, 06 giugno 2008 ore 15:28:23 CEST
Argomento: Rassegna stampa


 

 A Roma Due giorni a convegno sul rapporto tra letteratura e spiritualità nel Secolo breve.
Naro: «Dominano le istanze sul senso». Spadaro: «La parola è pensiero incarnato»
Se le domande radicali sfidano la poesia del ’900
Cristina Campo Margherita Guidacci

Se vuoi lasciare la tua impronta, o uomo, scalfisci piuttosto la sabbia,
Perché la più alta torre diverrà sabbia alla fine.
Perché tu stesso sei sabbia, sei la morte che dopo di te rimane.


L a letteratura non è solo quella che parla di Dio. Piut­tosto, un’opera è tale perché stimola e ' con­costituisce' nel lettore l’esperienza della trascendenza. Perciò la definizione di che cosa è religioso in letteratura sta nella co­scienza del lettore.
Nel convegno su ' Spada a doppio taglio. Domande radicali tra lette­ratura e spiritualità nel novecen­to italiano', padre Antonio Spa­daro ha proposto un approccio al problema del rapporto tra lettera­tura e religione destinato a spari­gliare le carte. Il convegno si è a­perto ieri e prosegue questa mat­tina a Roma presso l’Istituto Luigi Sturzo, ed è il quinto di una serie che ha lo scopo di studiare la pre­senza del religioso nella letteratu­ra del Novecento. I convegni sono organizzati dalla Facoltà Teologi­ca di Sicilia e dall’Arciconfraterni­ta di S. Maria Odigitria dei Sicilia­ni.
«Nel Novecento l’attenzione verso le istanze di tipo religioso sembra essersi rarefatta – spiega Massimo Naro della Facoltà Teologica di Si­cilia –, in realtà non manca una spiccata sensibilità verso le do­mande radicali, che riguardano il senso dell’esistenza, il perché del vivere e del morire, la sete di verità e giustizia, la sofferenza degli in­nocenti, la destinazione ultima dell’uomo » .
Quest’anno in particolare, «si trat­ta di studiare da una parte le stes­se domande radicali di alcuni scrittori contemporanei che han­no espresso nelle loro opere la lo­ro coscienza credente e dall’altra alcuni scrittori spirituali che sono stati capaci di scrivere letteraria­mente ». Si discuterà quindi di Bia­gio Marin, Divo Barsotti, Clemen­te Rebora, Angelina Lanza Da­miani, Mariaceleste Celi, Cristina Campo, Davide Maria Turoldo e Margherita Guidacci, ma anche Giuseppe De Luca e Primo Maz­zolari.
Resta però, di fronte a tematiche di questo tipo, la difficoltà di defi­nire i termini: quando un’opera si può definire spirituale? Padre Spadaro ha risposto analizzando alcuni testi di Karl Rahner, che nel 1960 ha pubblicato un saggio in­titolato La parola della poesia e nel ’ 62 La missione del letterato e l’e­sistenza cristiana. Lo scrittore di
Civiltà Cattolica ha spiegato che per Rahner « l’uomo è per sua es­senza uno spirito in ascolto di u­na possibile rivelazione di Dio. Ma quando l’uomo si rivolge a Dio, non si rivolge ad una persona che risponderà verbalmente: tendia­mo l’orecchio ad un silenzio. Per questo si pone la domanda: l’uo­mo deve preparare in sé qualcosa, per essere cristiano? La poesia può essere questo qualcosa? » Il cristianesimo ha bisogno di ca­pacità di ascolto, e nello stesso tempo ha un rapporto privilegia­to con la parola. E la parola, per Rahner, « è pensiero incarnato. Il poeta non usa parole logore o con­servate come farfalle morte infil­zate nei vocabolari, ma parole pri­migenie che aprono spiragli sulla profondità, che quindi sconfinano nella trascendenza » . Ecco perché «il saper ascoltare è frutto della pa­rola poetica, che apre l’udito del­lo spirito » .
Inoltre, ha continuato Spadaro, «secondo Rahner, cristiano è colui che è marcato radicalmente da Cristo, che è chiamato perma­nentemente dalla Grazia. In que­sto senso, ogni autore è cristiano, anche se non credente, in quando chiamato da Lui. Più che la rispo­sta, conta la chiamata » .
Insomma, la letteratura religiosa non è solo quella che parla di Dio. Per Rahner «l’opera è religiosa per­ché stimola e costituisce nel let­tore l’esperienza della trascen­denza » .M.Allo

La conoscenza di Dio non si può ottenere cercandola; tuttavia solo coloro che la cercano la trovano"
(Bayazid al-Bistami)
SIMONE WEIL E CRISTINA CAMPO
È la prova evidente che anche nel nostro tempo è possibile vivere una vita intensamente spirituale, senza abbandonare il mondo, rispondendo anzi alle sue drammatiche istanze.
Un certo dolorismo tipicamente weiliano forse non è obbligatorio accettarlo completamente, ma le sue riflessioni sulla decreazione dell'io, sul rapporto tra cristianesimo e le altre spiritualità, il suo grandioso tentativo di scoprire quella geometria dell'anima che possiamo leggere nei suoi Quaderni costituiscono un nutrimento importante.

Vittoria Guerrini, in arte Cristina Campo (Bologna 1923, Roma 1977), ormai riconosciuta come una delle voci poetiche più alte del novecento, è stata straordinaria ed originale interprete della più profonda spiritualità insita nella letteratura europea.

Appassionata studiosa di Hofmannsthal, rivisitò il mondo misterioso delle fiabe svelandone le trascendenti simbologie. Fu traduttrice e critica di originale metodologia, enucleando dalle opere letterarie l’idea del destino e il dominio della legge di necessità sulle vicende umane che l’arte esprime in una aurea di bellezza. Appartenne al ristretto nucleo di intellettuali che avviarono l’introduzione di Simone Weil in Italia.

Negli anni cinquanta maturò la sua prima formazione nella Firenze dei grandi poeti del tempo ove conobbe Gianfranco Draghi che la indusse a pubblicare i suoi primi saggi su “ La Posta Letteraria del Corriere dell’Adda e del Ticino”.Dal ’56 si trasferì per sempre a Roma.

Studiosa di spessore leopardiano, stabilì intensi sodalizi umani e spirituali e innumerevoli frequentazioni di grandissimo rilievo, basti menzionare: Luzi, Traverso, Turoldo, Bigongiari, Merini, Bemporad, Bazlen, Dalmati, Pound, Montale, Williams, Pieracci Harwell, Malaparte, Silone, Monicelli e Scheiwiller. Tra i filosofi ricordiamo Elémire Zolla, Andrea Emo, Lanzo del Vasto, Maria Zambrano, Danilo Dolci che sostenne nei momenti difficili, ed Ernst Bernhard che le fece conoscere il pensiero di
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Jung, di cui era stato allievo. Fu consulente editoriale, scrisse su importantissime riviste e studiò l’esicasmo, la mistica occidentale ed orientale, i grandi classici e i poeti di ogni tempo. La sua “metafisica della bellezza” la indusse a una controversa e profonda riflessione sulla liturgia, ritenendo la sacralità dei riti e la comprensione del valore della trascendenza efficaci difese dalla minaccia della despiritualizzazione del mondo incombente sulla modernità che secondo la Campo, in una certa misura, è disattenta alla bellezza ed esposta alla vanificazione delle intenzioni. L’architettura culturale e spirituale dell’universo campiano si desume anche dai tanti e ricchi epistolari. In particolare dalle “Lettere a Mita” (la scrittrice Margherita Pieracci Harwell), uno degli epistolari più affabulanti di tutta la letteratura italiana, è infatti possibile ricostruire la storia di un’anima che palpita per l’incanto e la tragedia della vita. Vita che per la Campo è teatro della sfida al destino condotta dalla poesia e dal sacro.
(tutte le poesie sono tratte da: Le poesie, Firenze, Le Lettere, 1999.)
Margherita Guidacci

Dall'arco cinquantennale delle raccolte e delle "disperse" balza con lucente, appartata coerenza una delle figure più alte e limpide del Novecento poetico italiano, intrisa di vaste e profonde consonanze europee (la Guidacci fu traduttrice sensibile ed eclettica, soprattutto di prosa e poesia inglese e dai prediletti Donne, Emily Dickinson ed Eliot, ma anche da Guillén e da poeti slavi e cinesi): la voce oggettiva, drammatica e tenera ad un tempo, di una "Sibilla" profondamente classica e cristiana, dall'ethos intensamente civile e religioso ma non confessionale né omologabile ad ortodossie ideologiche o letterarie, fedele solo alla "crescita" interiore e cosmica, al dono del proprio raro dono.



Nacque a Firenze, figlia unica di genitori toscani, perse giovanissima la sua famiglia, a causa di una malattia. La sua infanzia estremamente solitaria, influenzò fortemente il suo carattere, incline all’introspezione e alla creatività. Margherita passò molte estati in una piccola cittadina, nella regione del Mugello, i cui ricordi di passeggiate tra le amate colline ed i paesaggi toscani, furono un’infinita fonte di ispirazione nella sua poesia.
Accompagnata nelle sue escursioni, dal cugino Nicola Lisi, noto per il suo stile limpido, fu intensamente influenzata, da quest’ultimo, nella sua poetica, che ella definì “come un canto di uccelli”. Contrariamente alla voga del periodo, che vedeva l’affermarsi dell’ermetismo di Ungaretti, la Guidacci rimase sempre originale nei suoi scritti.
Dopo aver frequentato il liceo Classico Michelangelo, a Firenze, si iscrisse all’Università di Firenze, dove si laureò in Letteratura Italiana, con una tesi proprio su Ungaretti, le opere del quale comparò alle sue, sottolineando le differenze stilistiche.
Si specializzò, quindi, in Letteratura Inglese ed Americana, e tradusse le opere di John Donne e le poesie di Emily Dickinson. Nel 1945, iniziò ad insegnare Letteratura Inglese ed Americana nei licei pubblici, per poi passare all’Università di Macerata ed, in fine, all’Università Maria Assunta in Vaticano. Visse per il resto dei suoi giorni a Roma, dove si spense nel giugno del 199







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