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Riforma: Memoria e verità. Per la ri-nazionalizzazione della scuola pubblica

Redazione
Dico subito, per spazzare ogni equivoco, che la sinistra al potere nella seconda parte degli anni Novanta del Novecento non è stata in grado di affrontare una riforma scolastica capace di venire incontro alle autentiche e moderne esigenze del Paese, e il povero Berlinguer, caduto nella trappola di un gruppo ambizioso di pedagogisti e costituzionalisti che cercavano fama proponendo nei loro rispettivi campi delle autentiche amenità, non ha potuto fare altro che provocare contrasti, scissioni e rovine. Basta qualche esempio per dare l'idea della devastazione amministrativa e della deriva pedagogica cui si pervenne alla fine degli anni Novanta. E vengono in mente, da una parte, la vasta e contraddittoria legislazione sull'autonomia e la dirigenza che ha contribuito ad invertire la rotta ed a smantellare il sistema scolastico nazionale e, dall'altra, la teorizzazione di un pedagogismo d'accatto tutto proteso ad inventare una scuola assurda e impossibile. Nessuno gridò allo scandalo allorché il costituzionalista Franco Bassanini con la legge che porta il suo nome legittimò rozzamente lo sminuzzamento dell'ordinamento scolastico nazionale e lo riversò astutamente nei vari contenitori locali:
"L'autonomia delle istituzioni scolastiche e degli istituti educativi si inserisce nel processo di realizzazione dell'autonomia e della riorganizzazione dell'intero sistema educativo. Ai fini della realizzazione dell'autonomia delle istituzioni scolastiche le funzioni dell'Amministrazione centrale e periferica della pubblica istruzione in materia di gestione del servizio d'istruzione...sono progressivamente attribuite alle istituzioni scolastiche" (art. 21, c.1 della legge n. 59/97).

Egli nulla sapeva di disciplinarità, valutazione, pedagogia e didattica e applicava ciecamente alla scuola il principio amministrativo dell'autonomia aziendale. E nessuno s'indignò quando un pedagogista accreditato nella sede ministeriale si permise di dichiarare solennemente che ormai "per una larga parte della popolazione, la triade che per un lungo periodo di sviluppo della scuola ha rappresentato un riferimento sicuro (leggere, scrivere, far di conto) non è più così importante: non si scrivono lettere ma si telefona, non si legge il giornale ma si ascoltano notiziari alla radio o alla televisione, non si eseguono operazioni ma si usa un piccolo apparecchio per il calcolo" (B. Vertecchi,1999). Egli andava elaborando criteri valutativi e modelli didattici ripescati da altre nazioni e già superati altrove, e si dilettava con i "nuovi" sistemi.

Non a caso ebbe inizio allora una proliferazione normativa che conteneva riferimenti, diretti o indiretti, alla nozione poderosa e fascinosa di "autonomia" coniugata in tutte le salse e capace di produrre molta confusione e di oscurare l'intero percorso formativo con il suo vasto corteo di crediti, debiti, moduli, unità didattiche, funzioni strumentali, didattiche brevi, ecc. Fu la rovina e la caduta ingloriosa dell'istruzione pubblica, orgogliosamente interpretata invece dal ministro Luigi Berlinguer come l'inizio di una nuova stagione di liberazione: "L'art. 21 della legge Bassanini festeggerà il prossimo marzo il suo secondo compleanno. E sarà allora già tempo di primi bilanci. A tutt'oggi, un dato mi pare difficilmente contestabile: la battaglia normativa sull'autonomia è ormai vinta [...] La Bassanini non costituisce una silloge di disposizioni indolori. Al contrario essa pare destinata a intaccare nel profondo alcune strutture portanti(e persino il costume consolidato)del sistema formativo del nostro Paese. E' ormai ben noto come l'animus della nuova legge sia quello di offrire largo spazio alle iniziative autonome e persino alla fantasia dei soggetti interessati" (L. Berlinguer, 1998).

L'ansia del nuovo sviluppava un progettismo confuso, dispersivo, disperato e costoso che si intrecciava con le varie proposte e realizzazioni disfattiste del decentramento amministrativo nella scuola degradata dell'autonomia deresponsabilizzante, abbandonata a se stessa e spudoratamente autoreferenziale. La disarticolazione del sistema si concluse con la soppressione formale dei vari Provveditorati agli Studi, trasformati in Centri di Servizi Amministrativi, e l'istituzione in ogni regione dell'Ufficio Scolastico di livello dirigenziale generale, "che costituiva un autonomo centro di responsabilità amministrativa, al quale venivano assegnate tutte le funzioni già spettanti agli uffici periferici dell'amministrazione della pubblica istruzione". Lo sforzo riformatore e dissolvitore fu davvero eroico. Devastanti, però, sono stati i risultati di un'azione tanto clamorosa quanto farraginosa e senza una speciale significazione didattica perché assunta con lo sguardo rivolto ai potenti locali da sistemare nei posti strategici dell'amministrazione scolastica, in tutte le forme e gli angoli della dirigenza. La divaricazione tra le due Italie da quel momento divenne più profonda ed evidente, poiché la logica dell'autonomia regionale e delle autonomie locali andava nella pericolosa direzione dell'abbandono dell'unità nazionale. Se la scuola nelle regioni del Sud era già di basso livello, ciò si doveva proprio ad un autonomismo occulto e di cattiva qualità che ha aggravato la situazione preesistente ed ha allargato la piaga della disparità; ma il fenomeno si ripresentava adesso anche al Nord, dove esistevano disomogeneità terrificanti persino tra le scuole della stessa città. Le Signore Letizia Moratti e Mariastella Gelmini dei governi berlusconiani sembravano non accorgersi di tali disastri e, anziché esporre minuziosamente i vizi che provenivano dal passato, si meravigliavano di fronte alla diversità antropologica e geografica dei risultati scolastici. E non si trovava il vero rimedio, che consisteva nel ripristino dei più validi meccanismi nazionali e nel duro contenimento delle discriminanti, diseguali e autolesionistiche autonomie scolastiche. La scuola italiana,in sostanza, avrebbe avuto bisogno non di autarchia, ma di maggiore omogeneità,di accentramento e di più stretto controllo didattico e amministrativo, dopo le manovre disfattiste messe in atto per soddisfare ambiziosi poteri feudali e far finta di tendere la mano a Bossi e al suo indomabile federalismo secessionista.

Bisognerebbe rompere con il prepotente movimento centrifugo e fare ritorno alla vecchia e cara scuola nazionale che sanciva la parità e l'uguaglianza dei cittadini con l'eguale somministrazione del servizio, che non escludeva l'esaltazione delle qualità locali e assicurava che le delicate funzioni formative si ricoprissero generalmente per concorsi nazionali e non già per corsi riservati o per cooptazione, per semplice chiamata o per privilegi di nascita e di geografia. Lo scandalo sollevato dalla parentopoli universitaria è infatti la conseguenza di un andazzo instaurato con i meccanismi creati dalle varie "riforme" e con l'accresciuta dimensione e proliferazione dei corsi di laurea a seguito della bella combinazione del 3+2, dell'istituzione presso le università dei corsi biennali di abilitazione all'insegnamento,della ingegnosa produzione di nuovi corsi universitari dispersi per il territorio nazionale, della maggiore autonomia conquistata dai singoli atenei, ecc. Tale autonomia è stata la causa di gravissimi guasti e renderà difficile, se non impossibile, il superamento delle attuali gravi difficoltà, che accomunano i centri universitari italiani, da nord a sud, da est ad ovest. Quello dell'autonomia è dunque un problema che può cominciare ad essere analizzato nelle sue varie componenti e con il coraggio che si richiede nelle operazioni traumatiche di scissione e ricomposizione. Le ultime notizie dalle varie università non sono certo edificanti, e più terrificanti sotto il profilo didattico sono quelle che provengono dalle scuole medie di primo e secondo grado di alcune aree territoriali periferiche o centrali. La decadenza inesorabile e la disparità regionale sono state solennemente confermate dal recente Rapporto sulla scuola in Italia (2014) della Fondazione Giovanni Agnelli, che ripropone come strumento esplorativo, conoscitivo e correttivo il metodo della valutazione "esterna".

La cultura della responsabilità non si può inventare con l'autonomia amministrativa e gestionale, distribuita in dosi più o meno grandi, né tanto meno la capacità didattica e organizzativa interna alle singole scuole può sorgere dalle squallide rovine del progettismo pedagogico. I dati di oggi ci dicono che sarebbe stato necessario avere una scuola più istituzionalizzata e centralizzata, anziché questa allegramente autonomistica e autarchicamente autoreferenziale, soprattutto se si dovesse procedere ad una valutazione interna affidata ai dirigenti scolastici. Ma destra e sinistra accomunate dal medesimo progetto scolastico dovrebbero almeno sapere quale è esattamente l'ordine delle priorità e penetrare il "mistero" della decadenza culturale, scientifica e didattica. Il rischio è anche per la sinistra che un primo ministro incompetente di cose didattiche determini a modo suo, magari con l'aiuto di qualche cattivo consulente, la riforma dell'ordinamento scolastico italiano. Le reali dimensioni dei problemi che si sono venuti aggrovigliando nel campo della scuola spaventano davvero e lo stile esuberante di Matteo Renzi con le spericolate incursioni non è certamente all'altezza delle attuali difficoltà.

Bisogna andare al di là di mere osservazioni quantitative, poiché il tema principale è di natura qualitativa: il problema della dirigenza di cui tanto si parla ha la sua origine nella disastrosa politica scolastica che ha favorito i potentati locali della vita politica e sindacale e lì ha trovato il suo sostegno, anziché all'interno di una chiara linea di collegialità consapevole e di forte e prestigiosa professionalità docente. L'ordinamento scolastico dalla fine degli anni Novanta del Novecento è stato concepito per l'interesse di pochi ed ha perduto progressivamente qualsiasi capacità formativa. Tornare all'antico significa perciò riportare il tutto agli austeri profili didattici e professionali, rifare i conti con i concorsi nazionali e bandire tutti i corporativismi, a cominciare da quelli municipali, parentali, patriarcali e feudali. La scuola è un campo di esclusivo interesse nazionale e non può cadere nelle mani di nessun potentato localistico, come aveva ben compreso, per l'università, Giuseppe Dolei in un'acuta nota apparsa su Belfagor il 31 luglio 2000 significativamente titolata Il mercato delle vaccarielle e dei vaccarielli: "Dove va l'università italiana?
Non pare che la nostra università abbia imboccato la strada giusta. Anzi si va vistosamente indietro, come dimostra la recente sostituzione dei concorsi nazionali con una miriade di concorsi locali, protetti, anzi blindati [...] Il concorso è in realtà basato sfacciatamente sulla legge del . E' il candidato locale, per quanto mediocre possa essere, a dettare legge e a pregiudicare il livello del concorso [...] Così si è scatenato il mercato bovino...] Chi ha introdotto un sistema tanto perverso? Doveva proprio la sinistra dare il colpo di grazia all'acciaccata università italiana? e perché il corpo docente non ha reagito e protestato nelle forme adeguate [...] I docenti non possono ignorare che, una volta finita l'annata delle vacche grasse, i cancelli dell'università resteranno chiusi per molti anni alla generazione successiva. E l'eliminazione dei migliori diventerà la stella polare dell'accademia italiana". Perciò bisogna ricostruire con modalità diverse da quelle che sono state prospettate da Renzi, ma con molta cautela. Lo diceva chiaramente Ernesto Galli Della Loggia che, in un editoriale del Corriere della Sera riteneva necessario ridurre il numero dei corsi di laurea e quello degli esami e delle sedi distaccate e, per il reclutamento dei docenti universitari, la "istituzione di un concorso d'idoneità nazionale, facendola finita con il localismo degli ultimi 15 anni che tanti danni ha fatto" (E. Galli Della Loggia, Libertà e rigore per l'Università, mercoledì 3 dicembre 2008).

Appare semplicemente penosa la proposta politica e tecnica dell'attuale presidente del consiglio sulla scuola. Non si tratta, tuttavia, di fare semplicemente delle economie o di immettere in ruolo i tanti docenti precari in possesso ormai di certi titoli di merito acquisiti nelle periferie territoriali. Vi è tanto bisogno di semplificare i percorsi e non di moltiplicare i corsi e gli esami, anche all'altezza della scuola media. Non è il caso di introdurre nuovi e improbabili sperimentalismi, non solo per alleggerire i costi ma anche per razionalizzare e purificare un sistema che si è intorbidito con i molti e confusi interventi opportunistici e clientelari che si sono susseguiti nel tempo. Il rischio sta nel fatto che senza un punto di vista pedagogico e didattico non si possa evitare il naufragio. Occorre aggiungere che è davvero commovente la passione di quei personaggi di sinistra che durante il loro dominio si sono dati da fare per distruggere alla base il sistema scolastico nazionale, proponendo e riproponendo la decantata autonomia ed il vasto corollario di dirigenze, offerte formative, aggiornamenti a tappeto, funzioni strumentali, crediti e debiti, inutili corsi di recupero, ecc. ecc. Costoro si dicono adesso disposti a introdurre una valutazione dei docenti al buio, nelle sole mani del dirigente di turno, ed un reclutamento per chiamata diretta, senza tener conto dei pericoli che presenta.

Appare evidente che il fulcro dell'azione didattica non può consistere nell'indefinito ampliamento e arricchimento dell'offerta formativa e dei corsi di recupero e dei supporti quantitativi. Ed è altresì chiaro che una vera ricostruzione non può non passare per un taglio netto di ogni grande o piccolo spreco e per una rottura con una prassi parassitaria nella quale era stato imprigionato lo stesso ministro Berlinguer nella stagione del suo attivismo riformista. La riqualificazione della docenza nella sua qualità più preziosa e prestigiosa e della didattica nel suo nucleo portante e nelle discipline fondamentali, a cominciare dalla scuola di base, è l'unica strada da percorrere con decisione e decoro. Ma le cose non sembrano andare adesso in questa direzione,come del resto avviene con i concorsi nazionali "ordinari", che sono nati in tempi di vero riformismo e che sono stati velocemente polverizzati in tempi di retorica riformatrice a tutto vantaggio del corporativismo localista, familista e secessionista.

I provvedimenti decisivi non sono ancora stati presi. Non si può cedere alla feudalità autarchica, né imboccare di nuovo la vecchia strada degli interventi disarticolati, settoriali e inutili, come la reintroduzione di inefficaci discipline, né far finta di realizzare riforme quando invece si è in presenza di semplici pezzi aggiuntivi destinati a creare più problemi di quelli che in effetti si vogliono risolvere. Dopo le vere riforme degli anni Sessanta-Settanta-Ottanta soprattutto sul versante della scuola materna,elementare e media di primo grado, si è solo accumulato rovina a rovina, dai nuovi e demagogici esami di maturità alla composizione locale delle commissioni d'esame, dalla eliminazione dei concorsi nazionali ordinari per l'immissione in ruolo dei docenti e dei presidi allo smantellamento di ogni organismo collegiale e della stessa collegialità come concetto pedagogico e giuridico, ecc. Sono aumentate le spese scolastiche e universitarie per le famiglie, si è allungato il percorso formativo degli studenti senza risultati apprezzabili dal punto di vista del diritto allo studio ed al lavoro. Tutto ciò che si è fatto a partire dal ministro Luigi Berlinguer appartiene purtroppo all'ordine della quantità e all'orizzonte degli interessi corporativi. Così si è soppresso l'istituto magistrale, si sono istituiti i corsi universitari di Scienze della formazione, sono nate le SSIS affidate alle università, si è creata la falsa dirigenza scolastica con l'eliminazione delle preziose e carismatiche figure dei direttori didattici e dei presidi che, data la loro estrazione culturale e professionale, erano in grado di seguire da vicino e sostenere la fatica quotidiana dei docenti e di comprenderne le autentiche qualità e capacità assieme al comitato di valutazione. In compenso, si sono organizzati corsi locali per la nuova dirigenza, si sono notevolmente allungati i tempi della laurea per gli studenti, sono nate in ogni dove sedi e corsi universitari ufficialmente per rendere più agevole lo studio, ma in realtà per accontentare amici, parenti e clienti.

Oggi non si trovano più i vecchi difensori delle SSIS, coloro che le ritenevano frutto di "autentica rivoluzione nel meccanismo di selezione e di accertamento della professionalità degli insegnanti" (Luca Curti,2001). E non può, invece, non rilevarsi la natura ibrida e ferocemente delimitata di tali organismi, che hanno allungato i tempi dello studio, spostato in avanti l'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e restituito apparente potere all'università. E meraviglia che neppure gli storici operanti nelle sedi universitarie seppero allora individuare il pericolo rappresentato dalle diverse modalità di accesso, di organizzazione didattica e di valutazione delle prove nelle diverse realtà territoriali. Solo Paolo Pezzino, docente di storia contemporanea a Pisa, ebbe per la verità un timido dubbio sulla natura corporativa delle SSIS (v. P. Pezzino, 2000). Oggi è il tempo della verità, e nessuno è disponibile ad accettare per ragioni ideologiche o falsamente politiche le grandi o piccole mistificazioni governative, pericolose in sé e gravide di effetti perversi sui reali interessi della didattica,della moderna formazione dei nostri giovani e dello sviluppo democratico e civile della comunità nazionale ed europea.

prof. Salvatore Ragonesi
salvatoreragonesi@hotmail.com








Postato il Domenica, 14 giugno 2015 ore 02:00:00 CEST di Michelangelo Nicotra
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