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Umanistiche: Due o tre cose sul romanzo oggi

Rassegna stampa

Si dice, e si dice bene, che il romanzo contemporaneo è sempre più un prodotto di consumo, che il mercato ne ha livellato e imbarbarito la qualità, che l’editoria opera scelte sempre più commerciali.
E certo c’è il mercato, e ci sono le aziende editoriali asservite al suo imperio, a imporre una degradazione gastronomico-dopolavoristica del genere-romanzo. Ma duttile e sgusciante com’è, il romanzo nel tempo ha sempre saputo far finta di assecondare predilezioni diffuse e ottuse committenze per prendersene gioco e piegarle ai suoi capricci e ai suoi azzardi. E allora, visto che non stiamo parlando di Erri De Luca e simili ma di cose più serie, la domanda forse è un’altra: cosa chiediamo, oggi, al romanzo, alle scritture narrative?
Chi subisce il fascino delle grandi narrazioni che fino a qualche tempo fa hanno raccontato e spiegato il mondo?
Erano narrazioni tutte le grandi fedi e teorie concepite dalla civiltà occidentale; erano narrazioni la Sacra Scrittura e i poemi omerici, la Divina Commedia e gli affreschi della Sistina, la filosofia dello Spirito di Hegel e Il Capitale di Marx, il darwinismo e la psicanalisi, per non dire del grande romanzo sette-ottocentesco, o del cinema che forse meglio di ogni arte ha saputo raccontarci il Novecento: narrazioni diverse della storia umana, vale a dire diverse ricostruzioni del passato e prefigurazioni dell’avvenire, capaci perciò d’inserire la storia d’ognuno in un continuum dotato di senso e orientato a uno scopo; e per ciò stesso di sanare le contraddizioni, di guarire le ferite, di redimere l’insensatezza della quotidianità e della storia destinandole a un fine, a uno scioglimento romanzesco.
Ma possono ancora quelle narrazioni, in un tempo di vertiginose trasformazioni tanto nelle modalità espressive quanto in quelle percettive, raccontarlo e spiegarlo, imporgli un senso e un fine, immettere il nostro vissuto in un continuum lineare e progressivo?
È ancora lecito, come ancora si fa, ingabbiare un vissuto fluido, pulviscolare, curvilineo e multanime in una improbabile Bildung, in quell’idea massonico-illuministica di “formazione” che ieri c’illuse ma che le rivoluzioni e le catastrofi del Novecento avevano già smentito?
O è il caso di saltarla a piè pari tornando alla libertà inventiva, al felice eclettismo, all’amorfismo del romanzo precedente, quando potevano coabitare l’antiromanzo di Sterne, il fantastico di Swift e la fame di realtà degli spregiudicati e ingegnosi personaggi di De Foe?
Questa la grande risorsa del romanzo: gli si può chiedere di tutto, di mettere ordine nel mondo o di mimarne il caos, di rifletterlo come in uno specchio o di smontarlo come un giocattolo, di fare propaganda o di esaltare l’orrore, di raccontarci la società o di inabissarsi nella psiche, di straniarci o di radicarci, di rivelare o mentire, di convincere o turbare e così via esigendo. E il romanzo, servizievole e duttile, quando può e sa, risponde: è nella sua natura metamorfica adattarsi alla forma del presente, incarnarne le contraddizioni e patirne gli incubi; e mettersi in discussione, esibire i suoi trucchi e inventarne di nuovi, piegarsi di volta in volta alle necessità e sfruttarle scaltramente come quei pìcari, quei trovatelli, quei reietti, quegli ingegnosi naufraghi e quelle accorte ladre o serve o puttane, che ne popolarono i primi paesaggi. E ce ne vorrebbero, di quei guastafeste, nel romanzo italiano di oggi così rassettato e perbenino, a sporcare il tappeto del salotto, a disegnar le corna sul ritratto del nonno. Che cosa ci raccontano invece, fatte salve poche e rilevanti eccezioni, i romanzieri che gremiscono le vetrine?
Non parliamo dei siciliani, alcuni dei quali ancora stanno elaborando il lutto per il naufragio della Provvidenza e la perdita della casa del nespolo. Ma gli altri? Infanzie incomprese e onanistiche; saghe familiari e ritorni alle radici; impasses creative di intellettuali frustrati professionalmente e abbandonati delle mogli; arcadie contadine venerate come templi della memoria e solitudini metropolitane inevitabilmente corruttrici; e così via tediando, fino all’argomento principe della romanzeria di consumo otto-novecentesca: sì, sempre lui, l’Adulterio, il triangolo originario (‘isso, ‘issa e ‘o malamente), lo spettro del tradimento femminile che si aggira (altro che Marx ed Engels!) nelle coscienze borghesi, ovvero – dall’altra parte della barricata sessista – il timor panico dell’abbandono o la cauta trasgressione di qualche attardata Bovary.
Dimenticavo: c’è il noir, anzi domina. Un tempo scacciati dal tempio dell’arte da arcigne sentinelle vestite da critici e docenti, oggi il giallo e il noir suo figlio l’hanno invaso: e non c’è retrocopertina che non sbandieri quel nero vessillo a promuovere il libro fresco di stampa. Tra poco, chissà, anche quei teorici e storici della letteratura, opportunamente convertiti, scriveranno che anche I promessi sposi, grazie ai bravi e ai monatti, era un noir. E sì che ci sarebbe tant’altro, tant’altra realtà da mordere, tante altre ferite da esibire, tanti altri enigmi da decifrare, tante altre imposture da smascherare nella nostra storia recente; e tante nuove e folgoranti visioni da  carpire all’immaginario delle giovani generazioni, tanto più incline del nostro a perlustrare codici e linguaggi, conoscenze e visioni di questo presente che prima che tu l’abbia letto è già futuro. Perché non si tratta solo di cosa, ma di come raccontare. Di quali parole inventarsi per dire la magmatica fluidità della trasformazione in atto, perché no di quali incubi nutrirsi per lambire l’Indicibile; e da dove prenderli: non solo e sempre Proust o Joyce, Pirandello o Svevo, o i nordamericani oggi gravanti come un’ipoteca così come qualche decennio fa i sudamericani; ma – che so io – dal cinema, dalla musica, dall’Oriente, dal fumetto e dal mondo della comunicazione, da quella letteratura fin qui considerata di serie B e che sovente è invece un’incubatrice di oltranze visionarie… E tuttavia vorrei andar oltre la pur necessaria aderenza del romanzo al reale e al suo divenire, vorrei spingermi più in là anche a costo di contraddirmi. Perché il romanzo può e sa essere anche una finestra sull’oltre, su ciò che non siamo e non sappiamo.
E io – lo confesso- non so più leggere romanzi, nemmeno con solide trame e immagini sorprendenti, che non mi affaccino a quella finestra, che non pongano domande radicali, che non costeggino e corteggino una sia pur irraggiungibile verità.
Raccontano le cronache della rivolta dei Boxer che tra i cinesi condotti al patibolo alcuni si accapigliavano, altri insultavano i carnefici, uno solo nella fila leggeva, tranquillo e assorto, un libro. Impressionato, l'ufficiale tedesco lo graziò. Il cinese, prima di scomparire, gli spiegò che ogni riga in più è una rivelazione e un guadagno. È così che bisogna leggere: come strappando ogni parola all'imminenza d’una ghigliottina. Ed è questo che deve dirci un romanzo: una parola necessaria a quell’attimo. Perché dirci il già detto, perché pensare il pensabile?
Perché farsi imprigionare la mente e l'anima da ciò che si vede, perché ingabbiarle nel serraglio di cronaca e politica, di destra e sinistra, di chiese e partiti, di inquirenti ed inquisiti, di interessi e ideologie, di impegno ed evasione, di tradizione e sperimentazione, di socialità e introspezione, di realtà e finzione, di vita e morte?
Se pensassimo l’impensabile, forse salveremmo il mondo. E di alcuni bei romanzi sull’oltre parlerei volentieri, ma non posso per non incorrere nel conflitto d’interessi: li hanno scritti due autrici a me fin troppo care. Lo so: qualcuno opporrà il consueto e consunto refrain sull'impegno civile dello scrittore. Ma perché chiedere pronunciamenti e denunzie proprio a lui e non all'idraulico o al dentista?
Perché - si dice - lo scrittore ha un prestigio e una fama da spendere. Non li ha più, invece: nemmeno una briciola o un ricordo. Perciò lasciatelo in pace. E fategli spendere intelligenza, moralità e stile per cause meno effimere. Scriveva Cechov a un amico che lo scrittore e l'artista, rispetto alla politica, hanno un solo dovere: difendersene. Di pubblici accusatori - aggiungeva - e di gendarmi, ce n'è già troppi in giro. E dire che ai suoi tempi non si organizzavano ancora gite aziendali a Gomorra, né proliferavano gli instant novels di oggi, che durano un giorno come le notizie dei quotidiani…

Antonio Di Grado - Eco dei Monti








Postato il Lunedì, 26 maggio 2014 ore 08:00:00 CEST di Nuccio Palumbo
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