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Didattica: BEATITUDINI A SCUOLA

Redazione
Beatitudini a scuola

di Andrea Muni (*)


Tanto è stato scritto sulle beatitudini di cui leggiamo in Lc 6,20-26 e in Mt 5,1-12. Molto ne hanno scritto i vari Dupont, Agouridès, Descamps, De Halleux, Broer, Buccellati, Frankemolle, Guelich, Jacquemin, Kieffer, Klein, Lopez-Melus, McEleney, Meadors, Schwarz, Schweizer, Stenger, Strecker, Tuckett, Goulder, Vaage, Vallauri, Zimmerli, Bammel, Barrett, Davies. Per dirne solo alcuni tra i più recenti e noti. Qui io mi limito ad alcuni pensieri di carattere prevalentemente pedagogico e didattico in commento a quei testi, come annotazioni o appunti.

Si legge: “beati i poveri…, gli affamati…, gli afflitti… e i perseguitati” (Lc 6,20-23), in contrapposizione al “guai ai ricchi…, ai sazi…, a chi ride…, a chi è complimentato” (vv. 24-26). “Sazio” è la traduzione italiana del greco “empimplemi”. Quindi può essere tradotto non solo come “sazio”, ma anche come “soddisfatto, riempito, appagato”. Nel contrasto, io, insegnante, in questo o in quel momento dell’insegnare, da che parte sto? Del povero o del ricco? Di chi ha fame o di chi è sazio? Di chi è afflitto o di chi ride? Di chi è perseguitato o di chi è complimentato? La mia identità di insegnante, così come me la sono costruita fino ad ora, così come la sto vivendo, da che parte sta? Del “beati voi” o del “guai a voi”? in che modo sto facendo esperienza giorno per giorno, momento per momento, del mio essere insegnante?

Chi è il povero? Il povero in ebraico è “‘ebion/’anaw”, in greco “ptochos”, in latino “pauper”, parole diverse per contesti culturali diversi; però si parla sempre di chi non ha da mangiare, non ha dove abitare, non ha di che vestirsi, non ha libertà. Ma questo stesso “povero” può anche indicare, in aramaico, l’infanzia spirituale, la povertà psicologica di chi, vivendo in una condizione di infelicità, non confida nelle cose, nei beni terreni o nelle persone, ma confida solo in altro-dal-mondo-visibile, nell’aiuto di (un) Dio invisibile, incalcolabile, superiore ad ogni logica umana.

Nell’educazione greca, diffusamente non c’è ideale più degno che l’onore. Nell’educazione cristiana, non ci sono disvalori più grandi e pericolosi che l’onore, la stima, la fama, la celebrità, il consenso, l’approvazione. Al contrario: il valore diventa la diffamazione, l’esclusione, il rifiuto, la persecuzione, l’odio, non solo dagli estranei, ma anche e soprattutto dai propri parenti, dalla propria famiglia.

Per Gesù il “peccatore” è uno che sa amare, ma solo nelle logiche umane, naturali, razionali, del calcolo, del contraccambio, del “do ut des”, dell’interesse, quando non del guadagno, del tornaconto, della retribuzione, non soltanto nelle forme monetarie o materiali, ma anche affettive, sociali, culturali. Al contrario del “peccatore”, il “buono” è chi ama al di fuori delle logiche umane, in modo folle secondo le logiche umane, oltre ogni razionalità, superando ogni calcolo, oltrepassando la cultura del contraccambio, del “do ut des”, dell’interesse, del guadagno, del tornaconto, della retribuzione, nelle loro varie forme meramente umane.

I testi di Luca e di Matteo ci mettono in una situazione esistenziale estrema, in cui non si danno termini di mezzo, ma si danno due possibilità contrapposte, l’una che esclude l’altra, e in cui necessariamente stiamo o da una parte o dall’altra. Diffusamente nella cultura greca antica e antico testamentaria la beatitudine coincide con una forma di felicità e di benessere tutto umano, materiale, visibile, calcolabile. Nei testi neotestamentari quell’antica definizione della beatitudine diventa un anti-modello. Così come anti-modello è il Tommaso che per credere in qualcosa o in qualcuno ha bisogno prima di toccare, sperimentare a livello sensoriale, non solo visivo, ma perfino tattile. Il Tommaso ansioso di verifica da laboratorio, di dati empirici, di prove, garanzie, assicurazioni, di tenere tutto sotto controllo, di dominare la realtà con il suo pensiero e con le sue mani. Per niente lontano da certi insegnanti ansiosi di metodi che si vorrebbero scientifici, curricolazioni verticali, orizzontali e trasversali, progetti, programmazioni e verifiche, di grafici, tabelle, schemi, statistiche, percentuali, POF, crediti, debiti, accreditamenti o addebitamenti, numeri numeri numeri e ancora numeri.

L’interpretazione della beatitudine diffusa nella cultura greca antica e classica, come pure in quella antico testamentaria, con Gesù viene stravolta, rovesciata, capovolta, ribaltata, rivoluzionata. Il primo modello e paradigma delle beatitudini è Gesù stesso, il povero e il perseguitato per eccellenza, che si identifica con chi è piccolo e con chi è infelice (Mt 25,45; cf. 18,5sp). Nel Benedictus di Zaccaria troviamo la testimonianza della logica di Dio: “ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,53). La logica delle beatitudini diventa, con Gesù, il fondamento di tutta l’etica e di tutta la politica, senza il quale non si può entrare nel Regno di Dio.

Il Vangelo di Luca contrappone per nove volte i ricchi e i poveri. Non solo nelle Beatitudini. Anche nel Magnificat (1,46-55); in cinque parabole -il ricco stolto (12,13-21), la grande cena e il rifiuto degli invitati (14,15-24), l’amministratore astuto (16,1-13), il ricco epulone e il povero Lazzaro (16,19-31), il giovane ricco (18,18-30); in due fatti: Gesù con Zaccheo (19,1-10), Gesù e l’offerta della vedova (21,1-4). Sempre nel Vangelo di Luca, Gesù per cinque volte invita i suoi discepoli a rinunciare a tutto –tutto: beni, lavoro, casa, famiglia, affetti…-.

A me, insegnante, capita di dire a un mio collega o a un mio studente “Congratulazioni!”, “Complimenti!”, “Bravo!”, “Beato te!”, “Che fortunato!”. Quando mi capita di dirlo? Quali valori sono importanti per me? Cosa apprezzo o stimo negli altri? Per cosa mi complimento o mi congratulo? Io, insegnante, vivo le beatitudini dei Vangeli o quelle diffuse in culture altre, incompatibili con quelle dei Vangeli, come quella diffusa nel mondo greci antico e classico o in quello veterotestamentario? Quali sono i miei sistemi di valori? C’è coerenza, conformità tra la mia vita, il mio modo di lavorare a scuola e i valori, gli ideali che penso di avere o che voglio avere?

Io, come insegnante, in che modo posso fare esperienza di questa logica a me superiore, come posso sperimentarla, farla mia, viverla? Prima di tutto: voglio viverla?





(*) Andrea Muni è insegnante di scuola elementare statale e ricercatore presso l’Università Internazionale “Antonianum” di Roma (Dottorato in Filosofia). Ha scritto “Cose che gli insegnanti non dicono”, Armando, Roma 2009 e “Italiano per stranieri”, Aracne, Roma (in corso di pubblicazione).








Postato il Martedì, 01 dicembre 2009 ore 00:00:00 CET di Silvana La Porta
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