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FILOSOFIA: DANTE ALIGHIERI:LA VISIONE FILOSOFICA ED ETICA
Letterarie e umanistiche

Il contesto e la genesi del pensiero etico in Dante

di Leonardo Sebastio*

 

Il capitolo XII del secondo trattato del Convivio apre uno dei rari squarci autobiografici che si rinvengano nell’intera opera di Dante. È un’autobiografia spirituale e ideologica piuttosto che reale: narra di come, morta Beatrice (conclusa, cioè, con la Vita nuova, l’esperienza dello Stilnovo) il poeta si sia dedicato alla lettura di testi filosofici e di come vi abbia trovato ben più della consolazione che cercava. In vero alla filosofia egli dovette essersi accostato sin dal primo incontro con Guido Cavalcanti. Questi era già una personalità di rilievo quando aveva risposto al sonetto del giovane Dante A ciascun alma presa e gentil core, tant'è che già gli s’era rivolta contro la polemica di Bonagiunta da Lucca il quale l’accusava di comporre rime alla comprensione delle quali era necessaria una preparazione universitaria. Dalla risposta ad A ciascun alma era nato un sodalizio assai importante per il giovane Alighieri: da allora aveva potuto frequentare casa Cavalcanti, nella quale era diffusa una robusta consuetudine al pensiero filosofico, di marca aristotelica e laica. Tanto laica che Cavalcante de’ Cavalcanti verrà nella Commedia collocato all’Inferno, tra i seguaci di Epicuro che “l’anima col corpo morta fanno”.

 

L'etica pagana nella versione aristotelico-averroista

Dante non condivise l’idea della morte dell’anima – la sua religiosità non venne mai meno neppure nei momenti più complessi del suo itinerario filosofico –, ma, certo, vi attinse altri e assai determinanti spunti di riflessione. Proprio a Guido Cavalcanti era dedicato un libello di Giacomo da Pistoia, Intorno alla felicità, che riprendeva i temi della rinascente etica aristotelica, di cui s’eran fatti portavoce i seguaci latini dell'arabo Averroè. Riassumeremo in breve quel che sostenevano: innanzi tutto che l’etica (la morale) è una scienza, sottoposta alle regole della ragione, dunque indagabile. Allora si pensava che tutto ciò che era all’uomo necessario sapere fosse contenuto nelle Sacre Scritture; che l’unica condotta possibile fosse perciò quella indicata nel Vecchio e nel Nuovo Testamento e che nulla che fosse fuori di questi (dettati dal Signore) potesse contenere alcunché di vero. Ora, che un pagano, Aristotele, o i philosophi moderni – non meno peggio – stabilissero norme di comportamento non poteva che suscitare scandalo e determinare la severa condanna della Chiesa. Tanto più – ed era un altro punto di forza del loro pensiero – che quegli aristotelici andavano affermando, fuori d’ogni norma cristiana, che il saggio in quanto saggio è onesto, è buono, è magnanimo, è liberale: o, ma è la stessa cosa, che il sapere – e dunque la ragione (non la fede !) – rende buoni.

V’era di più e di più, per così dire, eretico in quel trattatello sulla felicità e nei tanti altri che si scrissero e nei commenti all’Etica Nicomachea (della quale brani si trovano nel Trésor di Brunetto Latini, il maestro di Dante): era l’idea che l’uomo può raggiungere la felicità su questa terra. Era nozione comune a tutta l’etica pagana che ora veniva riproposta nella versione aristotelico-averroista, nella versione cioè che affidava alla ragione, nei due risvolti di scienza e di etica, il dovere, più che la possibilità, di condurre alla felicità dell’uomo. Era, però, nozione che contrastava, e fortemente, con il pensiero e con la prassi cristiana, tutti volti al rifiuto della vita mondana considerata come valle di lacrime e alla conquista della salvezza individuale ultraterrena. Ancora Tommaso d’Aquino, che per tanta parte del suo pensiero fu aristotelico, riteneva che l’unica felicità fosse quella che consisteva nella visione di Dio.

 

Etica laica ed etica cristiana

Dante fa proprie le idee dell’aristotelismo senza tuttavia rinunciare ai fondamenti della religione cristiana: “La ineffabile provvidenza divina” scrive nella Monarchia “ha assegnato all’uomo due finalità: e cioè la felicità di questa vita e la felicità eterna” (iii, xv, 9). Riconducendo la natura dell’uomo e tutta la sua vita alla volontà del Dio cristiano, Dante superava la prima difficoltà che l’aristotelismo poneva al credente, non l’unica però né la più spinosa: altre sorgeranno e le vedremo; ora egli può indicare le specificità delle due beatitudini giustapponendo aristotelismo e cristianesimo (che è come dire scienza e religione, o ragione e fede): la felicità terrena, “rappresentata nella Scrittura dal Paradiso terrestre”, consiste nell’operazione della virtù più nobile dell’uomo, la razionalità, la quale deriva da Dio: e, dunque, divina è l'operazione razionale, e, ancora dunque, l'etica formulata. Nonostante la sua divinità, la ragione non è in grado di giungere “senza l’aiuto della luce divina” alla beatitudine eterna “rappresentata nel paradiso celeste”, che consiste nella visione di Dio.

La filosofia elabora l'etica che attiene solo alla felicità terrena: è pur sempre un'operazione di grande rilievo perché oltre a riproporre idee rimaste sepolte per un millennio, implicava il recupero dell’intera cultura pagana che, in quanto prodotto dell'umana ragione, non sarà più considerata prodotto indegno dell'uomo decaduto per il peccato di Eva, tutt'al più quella cultura sarà considerata incompleta. Così è che Dante giunge alla conclusione che si perviene alla felicità terrena seguendo le virtù intellettuali e morali quali ci sono state mostrate dai filosofi, da tutti i filosofi.

Non meno importanti saranno le conseguenze sul suo pensiero religioso: affidata la vita terrena all'etica razionale (e al diritto gestito dall'imperatore), Dante punta sugli insegnamenti testamentari e sulle virtù teologali per il conseguimento della felicità eterna. Così finirà per ridurre gli ambiti d'azione della Chiesa sulla terra ma anche in fatto di salvezza affidata quasi del tutto all'individuale sentimento religioso.

 

L'etica politica

Se la vita terrena è regolata dagli insegnamenti dei filosofi allora l’etica, quella razionale, occuperà un posto primario tra le scienze: nulla sarebbe possibile senza l’etica: “cessando la Morale Filosofia, l’altre scienze sarebbero celate alcuno tempo, e non sarebbe generazione né vita di felicitade, e indarno sarebbero scritte e per antico trovate” (ii, xiv, 18). Da queste idee scaturiva la necessità che i philosophi assumessero su di sé il compito di instaurare, mantenere e nel caso restaurare la morale: “di allontanare coloro che vivono la vita terrena dalla condizione di miseria e di guidarli alla condizione di felicità” (Ep. xiii, 39).

È il fulcro ideologico della Divina Commedia; fulcro insieme etico e filosofico, ma anche, e indissolubilmente, politico. Infatti, nessuno è in grado di giungere da solo alla felicità terrena, perché nessuno è in grado di mettere in atto tutta la potenzialità della ragione: nessuno è in grado di possedere il sapere nella sua totalità (nella quale solamente consiste la piena beatitudine), perciò l’uomo sarebbe destinato all’infelicità a causa dell’enorme differenza tra ciò che può sapere e ciò che riesce nel corso della sua lunga o breve vita a sapere. L’intera potenzialità della ragione è invece attuata dall’insieme degli uomini, dall’umanità tutta intera: è per questo che l’uomo è animale naturalmente sociale, per questo naturalmente ogni uomo è amico d’ogni altro uomo (si pensi alla difficoltà di conciliare questo col precetto “ama il prossimo tuo”, reso inutile dalla congenita solidarietà umana). È la parte averroista del pensiero dantesco.

Ineludibile è che la comunità umana sia solidale, che sia stretta in salda unità: la felicità terrena è progetto divino, e dunque è progetto divino che l’umanità sia unita, in nome della scienza (o ragione o filosofia), in una monarchia universale che, mantenendo la pace tramite l’amministrazione della giustizia, permetta il conseguimento della beatitudine terrena. L’impero perciò, conclude il poeta, è stato voluto da Dio ben prima della nascita di Cristo: l’impero romano infatti dà nella sua storia chiari segni della provvidenza che ne ha determinato la nascita e seguito lo sviluppo (Pd. vi).

Se la solidarietà umana è naturale (ossia voluta da Dio), se la filosofia è il provvidenziale fine dell’umanità, se l’impero è condizione insieme necessaria naturale e divina, allora, si domanda Dante, perché le guerre, le faziosità, l’ingerenza del papato nella politica, qual è la causa di tanto disordine? V’è rimedio? Come riorganizzare i due fini dell’umanità? Sono le domande alle quali risponderà la Divina Commedia, che ha dunque un contenuto essenzialmente etico e politico. In poesia, non in prosa, per necessità di argomentazione: ma questo merita una trattazione a parte.

 

La Commedia e l'etica politica

Schematizzando diremo che la risposta alla prima domanda vien data nell’Inferno con l’individuazione della lupa che assomma ogni irrazionalità. Alla seconda risponderà il Purgatorio indicando la soluzione in un’etica che giustappone pensiero cristiano e pensiero laico. Alla terza è dedicato il Paradiso.

Ora bisognerà spendere la conclusione per spiegare gli aggettivi ‘etica’ e ‘politica’. L’etica sarà quella razionale che Dante si sforza di far coincidere con quella cristiana: così i peccati saranno suddivisi in base all’uso della ragione (assenza, oscuramento, mal-uso) (Inf. xi) e i meriti in base alla solidarietà posta in atto (la solidarietà oltre a essere naturale è razionale e necessaria alla ragione).

Per intendere ‘politica’ dovremo rifarci ai “due fini” assegnati all’umanità da Dio. Al primo fine serve l’impero e dunque occorrerà vedere la sua natura e i suoi scopi, ma contemporaneamente durante la vita terrena la Chiesa deve preparare l’uomo alla beatitudine eterna. Ai due aspetti della vita terrena Dante dedicherà grosso modo la prima metà del Paradiso; alla vita eterna sarà dedicata la seconda parte della terza cantica.

 

*Insegna Letteratura italiana presso la Facoltà di Scienze della Formazione di Bari. Tra le opere di argomento dantesco pubblicate ricordiamo la più recente: Il poeta tra Chiesa ed Impero. Una storia del pensiero dantesco, Firenze, Olschki, 2007.

Postato il Sabato, 22 marzo 2008 ore 09:09:51 CET di s-torrisi

 
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