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Umanistiche: PLATONE,ARISTOTELE E LA VIOLENZA SUGLI SCHERMI
Rassegna stampa

Platone, Aristotele e la violenza sugli schermi

Le passioni violente incitano o purificano? 

di Andrea Sani

 

Com’è noto, Platone, nel suo dialogo di carattere politico intitolato Repubblica, esprime un giudizio negativo sull’arte e in particolare sulla pittura e sulla scultura. I pittori e gli scultori, a suo giudizio, imitano il mondo sensibile.

Per esempio, quando un artista scolpisce una statua che rappresenta un atleta, egli imita un atleta reale e vivente. D’altra parte, per il grande filosofo greco, tutti gli oggetti sensibili di questo mondo sono a loro volta copie o imitazioni imperfette delle idee, che costituiscono la vera realtà. L’atleta vivente è così un’imitazione dell’idea dell’atleta (o atleta ideale).

 

Platone e la condanna dell’arte

Ne consegue che l’arte è un’imitazione di un’imitazione, una copia di una copia: allontana ulteriormente l’uomo dal vero (cioè dal mondo delle idee). Gli artisti dovranno dunque essere banditi dalla repubblica ideale vagheggiata da Platone.

Ma Platone non si limita a criticare l’arte imitativa. Infatti, oltre alla pittura e alla scultura, condanna anche la poesia e la tragedia per la loro funzione psicagogica, cioè suscitatrice di emozioni. Platone ritiene che l’azione drammatica proposta dai poeti tragici nelle loro opere, interessando gli spettatori alle passioni violente rappresentate sulla scena, incoraggi in loro proprio tali passioni. E poiché nell’ottica platonica è necessario eliminare, o almeno limitare, il crearsi di emozioni e di passioni all’interno dell’animo umano, sottomettendole al dominio della ragione, è particolarmente condannabile il suscitarle con opere fittizie.

 

La rivalutazione di Aristotele

Anche per Aristotele, il massimo discepolo di Platone, l’arte è imitazione (mimesis) della natura. Ma nella Poetica egli non manifesta affatto, nei confronti dell’arte, l’atteggiamento negativo evidenziato dal maestro.

Innanzi tutto per Aristotele la produzione artistica non imita ciò che è realmente accaduto, ma ciò che può accadere. Non rappresenta il vero, ma il verosimile, ossia ciò che è simile al vero nell’ordine del possibile.

Inoltre, l’arte non descrive il particolare, ma l’universale, e anche per questo si distingue dalla storia. Infatti la storia descrive ciò che è accaduto a un determinato personaggio in un certo tempo e in un certo luogo. Per esempio, la storia ci dice che cosa fece là e allora Alcibiade. L’arte, invece, imita le cose che potrebbero accadere a tutti in ogni tempo, cioè a tutti coloro che si trovassero in determinate situazioni. L’arte descrive, quindi, personaggi e passioni esemplari. I protagonisti delle tragedie greche, come Oreste, Edipo, Antigone, pur essendo individui, sono tipi esemplari di uomini.

Come si legge nella Poetica: “La vera differenza è questa, che lo storico descrive fatti realmente accaduti, il poeta fatti che possono accadere. Perciò la poesia è qualcosa di più filosofico e di più elevato della storia; la poesia tende piuttosto a rappresentare l’universale, la storia il particolare. Dell’universale possiamo dare un’idea in questo modo: a un individuo di tale o tale natura accade di dire o fare cose di tale o tale natura, in corrispondenza alle leggi della verosimiglianza o della necessità; e a ciò appunto mira la poesia, sebbene ai suoi personaggi dia nomi propri”.

Partendo da queste premesse, Aristotele procede a rivalutare l’arte di fronte alla condanna platonica. Per Platone l’imitazione artistica implica un deterioramento e una falsificazione dell’oggetto imitato. Per Aristotele, invece, il poeta o l’artista opera un miglioramento e una idealizzazione. Nel riprodurre gli oggetti imitati, l’artista li rende migliori, più belli di quanto non siano nella realtà. Si pensi, per esempio, al miglioramento e alla idealizzazione che vengono effettuati dai pittori quando fanno il ritratto delle persone reali.

 

La catarsi aristotelica

Ugualmente infondata è, per Aristotele, la seconda accusa mossa da Platone all’arte (e in particolare alla poesia tragica), che essa, cioè, sia fonte di corruzione e di disorientamento morale. Aristotele, al contrario, crede che le tragedie svolgano una funzione educativa, di purificazione, cioè una funzione catartica.

Sul significato esatto di tale catarsi (in greco, katharsis), o purificazione attraverso l’arte, sussiste tuttora un acceso dibattito fra gli studiosi. Alcuni interpreti ritengono che le tragedie operino, per Aristotele, una purificazione delle passioni. Secondo questa interpretazione, la tragedia sublima le passioni: rappresentandole nella loro essenza universale, la tragedia mette fra parentesi ciò che esse hanno di deteriore nella realtà della vita quotidiana.

Altri studiosi, invece, pensano che la catarsi operata dalla tragedia vada intesa come una purificazione non delle, ma delle passioni. Secondo questa seconda interpretazione, la rappresentazione degli stati emotivi nella finzione scenica provoca nell’anima dello spettatore un’emotività altrettanto fittizia. Così, “vivendo” in qualche modo tali passioni, le bruciamo, cioè ce ne liberiamo, come se esse avessero trovato un libero sfogo.

In base a tale interpretazione, il trattamento che, grazie alla tragedia, viene riservato alle emozioni è, in un certo senso, terapeutico e omeopatico: infatti consiste nel curare il temperamento più o meno emotivo dello spettatore per mezzo delle emozioni stesse.

Ad avvalorare questa ipotesi interpretativa sta il fatto che il termine catarsi impiegato da Aristotele deriva dalla medicina greca (modello di molte teorie filosofiche) dove indica l’eliminazione degli umori in eccesso, che alterano la corretta proporzione e l’equilibrio dei quattro elementi. Questa cura, con l’allontanare gli umori perturbanti, produce nel malato uno stato di benessere e di alleggerimento.

Inoltre, l’interpretazione suddetta trova riscontro in ciò che Aristotele stesso dice nella Politica a proposito della musica. Qui egli osserva che quando alcuni, fortemente scossi da emozioni come pietà, paura o entusiasmo, odono canti sacri che impressionano l’anima, “sono sedati per effetto delle sacre canzoni come avessero trovato una specie di cura medica e di catarsi”.

Cinema e aggressività

È possibile trasferire i due diversi punti di vista di Platone e di Aristotele dall’ambito del teatro tragico a quello del cinema contemporaneo. Infatti, la tragedia costituisce il corrispettivo antico dell’odierno spettacolo popolare rappresentato dal cinema.

In sintesi, per un odierno filosofo di stampo platonico, assistere a un film che ostenta scene violente sullo schermo suscita nello spettatore la pulsione a imitare quello che ha visto. Invece, per un odierno “aristotelico”, tale visione libera il pubblico potenzialmente violento dalla sua carica aggressiva.

 

Chi ha ragione? Platone o Aristotele?

I platonici ritengono che la loro ipotesi sia avvalorata da alcuni esempi particolarmente significativi. Arancia meccanica (1971), del grande regista americano Stanley Kubrick, avrebbe ispirato numerosi atti di violenza teppistica attestati dalla cronaca nera. Tant’è vero che Kubrick nel 1974, per porre fine alle illazioni sulle presunte colpe del suo film, lo ritirò dalla distribuzione in Inghilterra. A. Ferrero ricorda che in America la visione del film Il cacciatore (1978) di Michael Cimino, con la ripetuta scena di una drammatica roulette russa, fu messa in relazione con la morte di un numero imprecisato di giovani, che ripeterono nella realtà quanto avevano visto al cinema. Assassini nati (1994) di Oliver Stone, stando ai mass media statunitensi, provocò almeno dieci casi di imitazione degli eroi negativi del film. E l’elenco potrebbe continuare.

È però plausibile anche l’ipotesi radicalmente opposta sostenuta dagli aristotelici. Talvolta, per uno spettatore, l’aver assistito al cinema alla rappresentazione del gesto violento che egli stesso avrebbe voluto compiere, può essere sufficiente per causargli la soddisfazione necessaria, privandolo dell’impulso ad attuare realmente i suoi propositi. Buona parte del pubblico cinematografico può attestare, per esperienza personale, di aver così scaricato le sue emozioni attraverso l’arte.

In realtà, Platone e Aristotele hanno messo in luce due effetti diversi, ma entrambi caratteristici, della situazione teatrale (e oggi filmica). Il fatto che possa verificarsi l’uno o l’altro di tali effetti, dipende dalla diversa struttura dinamica della personalità dello spettatore.

 

La soglia di vigilanza

È innegabile che la rappresentazione cinematografica agisce profondamente sulla vita emotiva del pubblico, data la sua partecipazione al film, dovuta all’abbandono con cui vive la vicenda rappresentata sullo schermo.

“Viaggio nell’immaginario”, scrive Aldo Carotenuto, “il cinema, più delle altre arti, per la peculiarità della sua fruizione (una sala buia dove lo spettatore è sovrastato dalle gigantesche immagini che appaiono sullo schermo) è stato accostato da gran parte della critica al mondo onirico”. Insomma, assistere a un film è come sognare.

Cesare Musatti, il pioniere della psicoanalisi in Italia, ha sostenuto che durante la proiezione di un film si verifica un abbassamento della soglia di vigilanza, soprattutto quando un regista individua i fattori latenti che agiscono negli strati profondi della nostra personalità, e cioè quei desideri che noi non possiamo o non vogliamo soddisfare nella nostra vita reale (ma ai quali tuttavia non sappiamo rinunciare del tutto).

A questi meccanismi inconsci sono rapportabili due possibili effetti sullo spettatore, distinti nella voce Cinema dell’Enciclopedia pedagogica: l’effetto suggestivo (evidenziato dai platonici) e l’effetto catartico (evidenziato dagli aristotelici).

Il primo effetto si riscontra in soggetti non ancora psichicamente maturi, che non sono in grado di operare una netta distinzione fra realtà e fantasia. Lo spettatore di questo tipo, come sostengono i platonici, recepisce la situazione rappresentata sulla scena in maniera tale che nella sua vita di ogni giorno non fa che portare quanto ha visto al cinema, per adeguarvi il suo comportamento. Subisce e vive ciò a cui ha assistito in una identificazione di carattere, appunto, suggestivo.

Invece il secondo effetto, quello catartico, si realizza in chi sa controllare i contenuti e i messaggi veicolati dal film, possedendo maturità di atteggiamenti e autonomia di giudizio critico. Il pubblico che rientra in tale tipologia, come pensano gli aristotelici, riesce a liberarsi di certi istinti repressi, proiettandoli nei personaggi che vivono fuori di lui e scaricandoli. Questo genere di spettatore, quando esce, per esempio, dalla sala cinematografica dove si proietta un action movie come Rambo (1983), è purificato da ogni carica violenta, e risulta più sollevato e disteso.

La valutazione del possibile influsso, negativo o positivo, di un film sul pubblico va quindi effettuata in relazione al particolare atteggiamento psichico di chi lo recepisce. Una pellicola può probabilmente accrescere la violenza in soggetti psicolabili (anche se è difficile pensare che sia addirittura in grado di generarla), oppure può appagare il naturale bisogno di sfogo nelle persone più equilibrate.

Platone e Aristotele, insomma, hanno forse ragione entrambi, come succede spesso ai grandi filosofi quando si confrontano fra loro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Postato il Lunedì, 17 marzo 2008 ore 14:19:21 CET di s-torrisi

 
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